Recensione

Un paese arido e spopolato, bagnato da un mare crudele che lo ricopre di “pattume”, improvvisamente pervaso da un insopprimibile odore di rose. Il cadavere di un annegato, dalle dimensioni sovrumane e dalla bellezza travolgente, che, approdato sulla spiaggia di un minuscolo villaggio caraibico, ne sconvolge per un attimo la lenta vita. Le straordinarie creazioni di Babilano, ciarlatano e inventore, indovino e taumaturgo, mago e artista. Queste, con altre, le fantastiche immagini ispiratrici dei sette racconti-fiaba che testimoniano la stagione più consapevole e felice di Gabriel Garcìa Màrquez.

L’INCREDIBILE E TRISTE STORIA DI ERENDIRA E DELLA SUA NONNA SNATURATA E ALTRI RACCONTI
Il terzo giorno di pioggia avevano ammazzato tanti granchi dentro casa, che Pelayo dovette attraversare il suo cortile allagato per buttarli nel mare, perché il bambino aveva passato la notte con le caldane e si pensava fosse a causa del fetore. Il mondo era triste fin dal martedì. Il cielo e il mare erano una stessa cosa di cenere, e le sabbie della spiaggia, che in marzo sfolgoravano come polvere di mica, si erano trasformate in una broda di fango e di molluschi putrefatti.”
(Da Un signore molto vecchio con certe ali enormi)
E’ difficile che un avvio del genere lasci indifferenti: lo stile di Marquez infatti predilige gli estremi, ingigantisce le sue creature fantastiche e tende fortemente a farsi amare od odiare, a seconda del gusto del lettore.
Bisogna sfidare la propria capacità razionale, senza al contempo abbandonarla, perché è proprio in un mondo popolato da angeli decaduti, da velieri fantasma, da mari che pur custodendo cadaveri emanano un forte profumo di rose e nei quali liberamente si puo’ scorrazzare senza paura, che gli avvenimenti osservano il piu’ stretto rigore logico, assai piu’ di quanto (purtroppo) accada nella vita di tutti i giorni.
Ma, visto che come dice Pennac siamo “popolati di libri e di amici” e che spesso dobbiamo agli amici cio’ che di piu’ bello abbiamo letto, il problema fondamentale rimane se consigliare o no questo libro.
Si potrebbe rispondere in miriadi di modi differenti, piu’ o meno “politically correct”, addentrandosi, non senza un certo divertimento, nei vari significati metaforici di un’opera che si rifà spesso agli antichi miti e li trasfigura (e questo è particolarmente vero per “La incredibile e triste storia di Erendira e della sua nonna snaturata”) oppure perdendosi tra le implicazioni e le denuncie sociali soprattutto verso il capitalismo (e il neocolonialismo occidentale nel sud america).
Ma forse la cosa migliore da dire è anche la più semplice: i racconti di Marquez infatti sono belli, piacevoli e scritti bene, e soprattutto divertono in modo intelligente. Riescono in otto, dieci pagine a creare un mondo insieme logico e surreale dove il bene e il male si dividono in modo più chiaro e dove le realtà più ovvie sembrano trasfigurarsi assumendo nuovi significati. E tutto questo con leggerezza, senza moralismi, limitandosi a ritrarre, a dipingere, in modo che le pagine scorrono lievemente, appassionando il lettore.
Se volete un consiglio, leggeteli a voce alta, come fiabe, che tali sono: fiabe, come quelle dei fratelli Grimm, capaci di mantenere il mistero, misto alla paura, fino alla fine (non fino alla conclusione, perché raramente si concludono realmente).
La fantasia di Marquez illumina i racconti a sprazzi, risollevandoli di continuo, senza abbandonarsi a cali di tensione: si alternano personaggi fantastici e storie di tutti i giorni in un misto di sapore acre e dolce, come ne “La incredibile e triste storia di Erendira e della sua nonna snaturata”.
Una storia questa che riprende un brevissimo episodio che si trova all’inizio di Cent’anni di solitudine” e qui, come molti altri ampliato (l’idea è nata per dar vita a un soggetto cinematografico)
Il racconto si sviluppa su di un unico nocciolo piu’ volte reiterato: la giovane Erendira per sbadataggine ha provocato l’incendio della casa in cui viveva colla nonna e ora sta ripangando il suo debito con un’iperbolica attività di prostituzione (se la caverà in 10 anni con 70 clienti per notte!)
Dopo anni (o mesi) di tribolazione incontra Ulises, nome suggestivo, specie di biondo arcangelo estraneo ai luoghi desertici in cui il racconto è ambientato (il paesaggio ricorda un po’ quello del film di Kusturica, Gatto nero gatto bianco). Ulises si innamora di lei e tenta di farla fuggire: naufragato questo progetto a pochi metri dalla libertà di entrambi, decide di aiutarla a uccidere la nonna.
Il combattimento con la gigantesca matrona (la “balena bianca” del racconto, com’è chiamata, forse in omaggio al capolavoro di Melville) acquisice definitivamente le caratteristiche del racconto epico/mitico. La nonna appare qui in figura di serpente (ferita si ricopre di sangue verde e oleoso, sibila, tenta di strozzare il ragazzo)e il clima del racconto ci riporta ai miti di Perseo e Andromeda o a quello della lotta tra San Giorgio e il drago.
Come significato del nuovo mito di Erendira, possiamo porre i riti di iniziazione pagani in cui è dal ventre dell’animale ucciso che fuoriescono le persone adulte, iniziate alla vita. Così alla morte della nonna Erendira acquista di un solo colpo la sua maturità (“e quando fu convinta che era morta il suo volto acquistò di colpo tutta la maturità di persona adulta che non le avevano consentito i suoi vent’anni di infortunio”) e fugge colla borsa dell’oro accumulato (la perdita dell’innocenza è allora correlata alla brama e alle ricchezze?)
Si può capire che un racconto del genere, assolutamente al di fuori dei canoni, lascia sbigottiti, infarcito delle creazioni fantastico-mitiche del suo autore eppure più realistico di una cronaca nera, ma non lascia senza parole, aprendo invece il campo ha dibattiti e feconde discussioni, come un punteruolo che scava l’indifferenza.

(Gianni Migliarese)